di Barbara Amoroso Donatti
Nel film C’è ancora domani di Paola Cortellesi, Delia risponde in modo inoppugnabile alla domanda diretta della figlia Marcella che si stupisce che non sia ancora scappata dalle percosse quotidiane del marito: “Dove vado?”.
La pellicola ambientata nel 1946 potrebbe far sembrare una risposta lontana dai problemi dei giorni nostri. Eppure Stefania Maria Berti, una sopravvissuta a 35 anni di botte intervistata su Raiuno da Caterina Balivo a La Volta Buona, racconta che nel 2011 si è posta la stessa domanda. Ha dovuto aspettare altri 12 anni di botte prima di poter scappare, perchè nel 2011 non esistevano nè una rete per proteggerla nè Case Rifugio.
L’efferato femminicidio di Giulia Cecchettin, il 105esimo nel 2023, ci autorizza a scegliere un lessico preciso per dire che per salvare le donne vittime di violenza, servono luoghi dove scappare, cibo per sostenersi mentre si sta nascoste in attesa dell’esito di un processo, soldi per pagare le utenze della casa a indirizzo segreto che accoglie donne, madri e figli minori.
Il mondo del vino ha una caratteristica molto netta: la concretezza. In viticoltura come in cantina gli errori si pagano in modo tangibile e non sono risolvibili in un giro di boa, o di bonifico o qualche settimana. Le Donne del Vino sono concrete all’ennesima potenza, perché sono donne e produttrici, enologhe, agronome sommelier, professioniste in prima linea con le loro competenze, e sanno che servono soldi per aiutare le donne. Come Delia (Paola Cortellesi) sapeva che per salvare la figlia dalla cultura patriarcale servivano i soldi per pagarle gli studi e permetterle di emanciparsi.
Le Donne del Vino hanno scelto di sostenere il cambiamento culturale contro il patriarcato e le donne che scappano da partner che le picchiano e che forse un giorno le uccideranno, donando i tappi delle loro bottiglie a Amorim e il progetto Etica, che converte tappi in euro per i Centri Antiviolenza. Quelle della delegazione Toscana devolveranno il ricavato a Tosca, il centro di coordinamento dei centri antiviolenza della Toscana.








Nei giorni scorsi le Donne del Vino hanno però anche celebrato qualcosa, ovvero il 35° della fondazione dell’associazione. L’incontro si è tenuto a Firenze, dove sono nate nel 1988, e il fil rouge è stata la tutela del territorio. Dai dati dell’indagine “Donne vino e salvaguardia dell’identità culturale dei territori del vino” condotta da Marta Galli dell’Osservatorio Sustainable Wine Business and Enogastronomic Tourism e presentata il 20 novembre, si evince che in Italia vengono cementificati 2 m² di suolo al secondo.

Il 44% di chi ha un’impresa nel vino ce l’ha in edifici storici, ma tutti (96,6%) ritengono necessario restaurare piuttosto che costruire ex novo. «Un segno di speranza in un Paese dove le alluvioni vengono amplificate da un eccessivo sfruttamento del suolo e i “non luoghi” sono sempre più diffusi – ha detto la presidente nazionale delle Donne del Vino Daniela Mastroberardino – resta da vedere se il campione di 237 socie in tutte le regioni italiane – corrisponde a un’uguale attitudine virtuosa dei colleghi maschi, ma vogliamo sperare di sì».
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