A cura di Veronica Del Monte
“Rental Family”, il nuovo film della talentuosa regista Hikari, si rivela come una sorpresa preziosa, capace di trattare tematiche estremamente sensibili con una delicatezza rara, senza mai scadere nell’eccesso. Al centro della narrazione c’è il fenomeno delle “famiglie in affitto”, una realtà esistente in Giappone sin dagli anni ’90 che, per noi italiani, può risultare complessa da metabolizzare.
La storia attorno a questo servizio, rivelando come non sia un mero capriccio, ma una risposta concreta alla pressione sociale e alla necessità di colmare vuoti affettivi profondi. In una cultura dove la reputazione è un pilastro fondamentale ed il concetto di accudimento, specialmente verso gli anziani, è un dovere morale imprescindibile, “affittare” un affetto diventa un modo per preservare le apparenze e, paradossalmente, trovare conforto.
Il vero valore aggiunto della pellicola è Brendan Fraser. L’attore interpreta un uomo, anche esso attore, che vive in Giappone da sette anni, sbarcando il lunario con difficoltà, finché non decide di mettersi a disposizione degli altri entrando in questo insolito business.
Fraser funge da ponte culturale tra lo spettatore occidentale e l’imperscrutabile società nipponica. La sua presenza scenica è quella di un “gigante buono”: il suo sguardo rassicurante e malinconico travalica la pellicola, creando una connessione immediata e profonda con chi guarda.

Attraverso il suo percorso, vediamo come l’aiutare gli altri finisca per cambiare la sua stessa vita, permettendogli di trovare, a modo suo, un posto nel mondo e una forma di famiglia non convenzionale. Rental Family è un film che consiglio vivamente: nonostante la profondità dei temi, il tempo della visione scorre veloce, lasciando nello spettatore una riflessione dolceamara sulla natura dei legami umani.
